Matrimonio ed Eucaristia



Generalmente oggi il sacramento del matrimonio viene celebrato all’interno dell’Eucaristia. E non è questione soltanto di una cornice più elaborata. C’è un legame teologico profondo tra questi due sacramenti, e credo che vale la pena metterlo in risalto durante la celebrazione.

Ci sono tra l’altro due formulazioni, contenute una nella preghiera Eucaristica della Messa e una nel rito del Matrimonio, che si somigliano molto e che ci aiutano a capire questo legame.

Così dice l’epiclesi, cioè l’invocazione dello Spirito, nella preghiera Eucaristica III, quella che normalmente viene usata nelle nostre parrocchie alla domenica: "A noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo, perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito". Nel secondo formulario della benedizione degli sposi dopo il Padre nostro, il sacerdote invita: "Fratelli carissimi, imploriamo la benedizione di Dio Padre su questa sposa e sul suo sposo perché, uniti in Cristo nel vincolo santo del matrimonio e nella comunione al corpo e sangue del Signore, formino un cuor solo e un’anima sola".

Dunque l’obiettivo della preghiera e della invocazione è il medesimo, l’unità; "un solo corpo e un solo spirito" si chiede che diventino quelli che si nutrono del Pane Eucaristico; "un cuor solo e un’anima sola" si chiede che divengano gli sposi nel Matrimonio.

Questi due sacramenti sono dati alla Chiesa perché diventi strumento di comunione e segno di unità: e gli sposi nella Chiesa hanno il compito di testimoniare e di diffondere una comunione "calda", che diventi segno della tenerezza di Dio per ogni sua creatura.

Ma dove sta l’origine, la sorgente della comunione e dell’unità? Sta nella carità, che - potremmo dire - è l’edizione divina dell’amore, è l’amore perfetto, totalmente gratuito, l’amore con cui può amare pienamente soltanto Dio: l’uomo da solo ne è incapace. Questo amore di carità può essere anche trapiantato nel cuore dell’uomo dalla grazia di Dio.

L’Eucaristia è la sorgente della carità, perché in essa si fa memoria del dono supremo che Gesù ha fatto di se stesso al Padre e agli uomini prima di lasciare questo mondo: "avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, e mentre cenava con loro..." (Gv 13,1-2). E quando Gesù nell’ultima cena esorta i discepoli ad amarsi gli uni gli altri "come io vi ho amati" (Gv 15,12), alludeva proprio a questa misura di amore: un amore che dona la propria vita, un amore che sa andare fino alla fine, un amore che non ha misura.

Ebbene, la celebrazione del Matrimonio non è forse il gesto con cui gli sposi, ministri del sacramento, consegnano la propria vita l’uno all’altro in maniera definitiva e totale? E quando gli sposi sono cristiani, si accolgono e si donano vicendevolmente non soltanto perché si vogliono bene umanamente, perché hanno in se stessi la grande ricchezza dell’amore umano, ma perché sanno di poter contare sulla carità che Dio effonde nei loro cuori per mezzo del dono dello Spirito.

E gli sposi sanno che questa promessa che si scambiano non ha un valore teorico, uno slancio fatto soltanto di sentimento: sanno che è un impegno da tradurre nella vita di ogni giorno. Sanno che amore concreto vuol dire "misericordia, umiltà, pazienza, dolcezza, vicendevole sopportazione e perdono": insomma quel programma di vita familiare che Paolo descrive così bene nella lettera ai Colossesi (3,12-24).

Gli sposi cristiani sanno che amore vuol dire accoglienza incondizionata dell’altro con i suoi pregi e con i suoi difetti. Quando Gesù vuole insegnare cosa è l’accoglienza, prende un bambino, lo pone in mezzo e lo abbraccia. Gli sposi devono accogliersi l’un l’altro come un bambino, con lo spirito evangelico, come si accoglie una persona che ha bisogno di essere amata così come è.

Gli sposi cristiani sanno che amore vuol dire servizio: "Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo, il servo di tutti" (Mc 9,35); e sanno che la vita familiare è vita di servizio, per tutti; sanno che volersi bene in famiglia significa dare gratuitamente, perché la famiglia è l’esperienza più forte di gratuità, a partire da quando si viene al mondo.

Ma tutto questo non è un dovere; quando c’è amore, anzi quando c’è la carità, tutto questo diventa gioia: è gioia il portare i pesi gli uni degli altri, è gioia il perdono dato e ricevuto, è gioia l’accoglienza vicendevole nella semplicità, è gioia il servizio dato e ricevuto gratuitamente, senza secondi fini, solo in nome dell’amore.

È una utopia?

Certo, ma è l’utopia che sorregge e opera in tantissime delle nostre meravigliose famiglie, giovani e non più giovani. Allora non è una utopia che scoraggia, ma è un sogno che con la grazia di Dio può diventare e diventa realtà.

 

 

 

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