ARCIDIOCESI DI TRENTO

COMMISSIONE
                  DIOCESANA
                                 FAMIGLIA

La Crisi di Coppia

argomenti
postilla finale selezione non attiva Le risorse per il superamento del disagio La conoscenza del disagio Presentazione

schede


03 Parte seconda  
  Le risorse per il superamento del disagio  
   
   

Anzitutto la prevenzione
Obiettivi e stile della risposta al disagio
Le risposte attuali al disagio
Proposte per la comunità cristiana
Un intelligente investimento di risorse


Anzitutto la prevenzione

Possiamo distinguere due tipi di prevenzione:

1. Una prevenzione che sia in grado di evitare l’insorgere dei motivi che portano a incrinare la relazione di coppia.

Qui si presenta un campo vasto, tipicamente educativo, che esige di valorizzare quanto la Commissione diocesana Famiglia ha offerto negli anni scorsi alla Diocesi sui temi della preparazione al matrimonio e della formazione permanente degli sposi e dei genitori. La Commissione ha formulato delle proposte per la comunità cristiana, su alcune delle quali vale la pena ampliare la ricerca e condurre una sperimentazione:

* Considerando la "crisi" un’esperienza necessaria, che può essere costruttiva nel divenire dialettico della coppia, è importante promuovere una mentalità positiva nei confronti di una sana conflittualità. A tal fine però si deve mettere in atto una specifica formazione dei fidanzati e degli sposi.

* Nel percorso educativo della fanciullezza, dell’adolescenza e della prima giovinezza, è importante educare ad essere prima di tutto uomini e donne in relazione: la relazione esige ascolto, attenzione alla persona, accoglienza, gusto della comunicazione, ma esige anche sacrificio, rinuncia, dono di sè. Educare alla relazione significa quindi "educare all’alterità": cioè educare alla differenza, alla tolleranza, al rispetto, alla ricchezza dell’incontro tra diversi.

Occorrerebbe investire di più in persone e risorse economiche, in ambito civile e in ambito ecclesiale, per una "educazione sentimentale" delle nuove generazioni: iniziative in cui ragazzi e ragazze vengano aiutati ad elaborare capacità di rapporto, a confrontarsi e riflettere sulle dinamiche dei sentimenti, dei conflitti, mettendo anche in conto che ogni unione porta in sé, anche se non desiderato, il rischio della crisi.

Per questa formazione è importante preparare educatori qualificati (per esempio i catechisti e gli animatori di gruppi di adolescenti e di giovani), anche avvalendosi della competenza di strutture adeguate come il Consultorio UCIPEM.

* La preparazione al matrimonio avrà come obiettivo una migliore comprensione del sacramento e delle motivazioni di fondo per una maggiore consapevolezza nel celebrarlo, ma dovrà puntare anche sulla formazione umana dei fidanzati in vista di quella maturità che mette due persone adulte in condizione di accogliersi nella diversità, di rispettarsi e di crescere in una relazione liberante che sa valorizzare anche i conflitti della vita quotidiana come occasioni di rafforzamento dell’unità di coppia. La formazione dei fidanzati si preoccuperà anche di evitare il rischio di enfatizzare e idealizzare la vita di coppia o di creare delle attese che poi non possono trovare risposta nella vita concreta di una famiglia; si cercherà di aiutare i fidanzati anche a prevedere e a prevenire realisticamente le difficoltà comuni che ogni coppia incontra già dai primi anni di matrimonio.

A proposito del tema della indissolubilità del matrimonio, si ritiene importante aiutare i fidanzati a riconoscerla non soltanto come legge del Vangelo e della Chiesa, ma piuttosto come conseguenza della natura stessa dell’amore umano che si percepisce come eterno ("ti voglio bene per sempre"), e come esigenza dell’amore vissuto come sacramento dell’amore di Dio ed espressione concreta del rapporto Cristo-Chiesa.

      cfr. Scheda n. 6: Valutare l’efficacia delle iniziative di preparazione al matrimonio in ordine alla prevenzione del disagio familiare

* Promuovere i gruppi-famiglia come occasione di formazione permanente e di autoeducazione della coppia, ma anche come luogo di crescita e di diffusione della relazionalità (meglio: della comunione) nell’intera comunità; questo favorirebbe il superamento di situazioni di isolamento in cui maturano di preferenza le crisi di coppia; inoltre il maturare di una competenza relazionale nel gruppo farebbe crescere nei suoi membri la capacità di intuire le crisi sommerse e di portarvi tempestivamente aiuto.

* Proporre incontri di formazione per sposi e genitori nelle varie fasi della loro storia: nei primi anni di matrimonio, in preparazione alla nascita di un figlio, quando i figli sono adolescenti, quando i figli "lasciano il nido", ecc.

* Promuovere una pastorale parrocchiale più attenta alle famiglie, anche a quelle non praticanti, e coinvolgere di più le famiglie come protagoniste della vita comunitaria.

* Preoccuparsi di creare in tante forme reti accoglienti e solidali, capaci di togliere le famiglie dall’isolamento e di rispondere al bisogno relazionale; a questa esigenza rispondono bene non solo le iniziative tipicamente pastorali, ma anche la proposta di occasioni di incontro, di festa, di imprese di solidarietà.

* Insistere di più sul ruolo "politico" della famiglia, motivando le famiglie ad aggregarsi per promuovere nuove politiche familiari che consentano alle famiglie una vita più serena e un ruolo riconosciuto nell’economia e nella vita sociale del Paese.

* Dare diffusione a sussidi "agili", comprensibili anche dalla normalità delle famiglie, sui vari temi interessanti la famiglia, la vita di coppia, l’educazione: molti di questi sono pubblicati dal Centro Famiglia.

2. Una prevenzione che cerca di intuire il disagio relazionale "sommerso" e offre un aiuto per risolvere la situazione prima che questa esploda in una crisi irreversibile.

È il caso, accennato sopra, in cui la coppia non chiede direttamente aiuto, ma è disposta a valorizzare un’offerta di accoglienza e di condivisione qualora venga presentata con discrezione. Per questo tipo di prevenzione occorrono persone sensibili e capaci di riconoscere i "segnali indicatori" che fanno intuire una crisi di coppia.

A questo proposito forse vale la pena osservare che, per scoprire e affrontare il "disagio sommerso", potrebbero essere più efficaci le "reti informali" che costruiscono il tessuto di una comunità, rispetto ai servizi strutturati, che in genere sono pensati allo scopo di risolvere problemi già manifesti.


Obiettivi e stile della risposta al disagio

La persona o la coppia che vive un momento di difficoltà relazionale in genere chiede aiuto quando arriva all’esasperazione, e istintivamente si aspetta che colui che l’accoglie abbia delle soluzioni da proporre e delle strade precise da indicare per superare il problema. È importante però che chi accosta persone in situazioni simili non abbia né la presunzione di dare ricette facili né troppa fretta di dare consigli, ma abbia anzitutto una buona capacità di ascolto, indispensabile a un ponderato discernimento in situazioni che sono quasi sempre molto complesse.

Quando ci si trova di fronte a una situazione praticamente compromessa, con una decisione irreversibile di rompere il legame matrimoniale e con ferite profonde provocate da una esasperante e lunga situazione conflittuale, il primo obiettivo da raggiungere è quello di aiutare la persona a ricuperare un po’ di serenità e poi a mettere mano a una ricostruzione di se stessa, della sua personalità, della sua dignità e delle sue relazioni più significative.

Se ci sono dei figli, sarà indispensabile aiutare la coppia a gestire con equilibrio e con saggezza la separazione ponendo molta attenzione soprattutto ai diritti e alle esigenze dei figli, perché paghino il minor prezzo possibile della situazione conflittuale e fallimentare dei genitori. Se chi chiede aiuto è un credente, è importante aiutare a rafforzare la fiducia in Dio che anche nelle situazioni più drammatiche di sofferenza è capace di costruire una storia di salvezza e accendere un futuro di speranza; in ogni caso è urgente creare attorno a questa persona un contesto di accoglienza, di comprensione e di fiducia, in altre parole un contesto di comunione affettuosa.

Spesso invece la richiesta di aiuto arriva in una condizione in cui la sofferenza è segno di un amore ancora vivo anche se profondamente ferito. Il primo incontro è molto delicato perché è determinante per continuare la ricerca di aiuto e per creare la disponibilità a rimettere in discussione tutta la relazione di coppia per una vera positiva novità.

Lì dove il disagio della relazione è imputabile a una grave immaturità della persona o a gravi carenze e disturbi della personalità, l’aiuto può essere fornito soltanto da persone professionalmente preparate. Nei casi in cui la relazione è stata compromessa da una serie di malintesi conseguiti a errori di impostazione del rapporto o da una inadeguata progettazione della relazione di coppia, l’aiuto può essere dato da persone sensibili, esperte nelle relazioni, capaci di mediazione e di empatia. Anche nel secondo caso comunque la relazione di aiuto esige una "competenza" che può essere frutto non soltanto di studio ma anche e soprattutto di esperienza, di chiarezza di vedute e di amore generoso, discreto e paziente.

È evidente che, dopo un primo contatto con la singola persona che chiede aiuto, è importante estendere la relazione di aiuto ad ambedue i coniugi in una mediazione intelligente e precisa che ponga ognuno nella condizione di essere vero e sincero nei confronti dell’altro e di cercare, oltre al proprio benessere personale, anche il benessere della coppia e della famiglia.

Quando la richiesta di aiuto non è esplicita, l’esperienza di molti rivela che può essere determinante il gesto discreto e premuroso, non invadente ma ispirato ad una autentica attenzione alle persone, di chi, intuendo il disagio, compie qualche passo per avvicinarsi alla persona o alla coppia per metterla in condizione di chiedere aiuto o di accettare un consiglio che orienti in maniera efficace.

Sono infinite le sfumature che differenziano la complessità delle situazioni, e chi si propone di offrire aiuto deve avere insieme intuizione, delicatezza e audacia. La pastorale familiare, oltre a formare operatori per le situazioni "ordinarie" di preparazione al matrimonio e di formazione permanente, dovrà preoccuparsi di formare anche operatori adeguati a questo "ministero" della riconciliazione: ministero tipicamente "pasquale" in ordine alla vita e alla pienezza dell’amore.


Le risposte attuali al disagio

Quali sono le risposte che vengono date oggi alle situazioni di crisi di coppia?

1. A livello di iniziativa privata, esistono alcuni professionisti, generalmente psicologi, che prestano un aiuto efficace ed apprezzabile per le persone in difficoltà di relazione familiare. Non sempre però questi professionisti hanno una specifica preparazione all’aiuto di coppia, con il rischio che il loro intervento si limiti alla persona e non tenga abbastanza conto del suo contesto relazionale, in particolare della relazione di coppia; è frequente in questi casi che il primo passo proposto per la ricostruzione di una personalità compromessa sia quello della separazione.

2. L’Ente pubblico è dotato di alcuni Consultòri (in quattro Comprensori) che hanno tra le loro finalità l’aiuto alla famiglia in difficoltà: l’assistenza praticata però è più di tipo sanitario che non socio-psicologico-pedagogico. La Legge Provinciale n. 20 del 1977 istituiva e disciplinava il "servizio di consultorio per il singolo, la coppia e la famiglia". Un Ordine del giorno del Consiglio provinciale del 18 dicembre 1997 rilevava le "gravissime carenze che a tutt’oggi, nonostante i vent’anni trascorsi, caratterizzano il mancato decollo dei consultori", impegnava la Giunta ad attivare i consultori nei Comprensori che ne erano carenti e ne definiva in maniera più precisa la fisionomia operativa (comprendendo esplicitamente l’aiuto alla coppia in difficoltà relazionale); auspicava inoltre che venisse "preso in considerazione il ruolo delle strutture private… per il tramite di convenzioni che ne valorizzino la funzione di risorsa sul territorio". Questo intento del Consiglio provinciale è rimasto purtroppo fino ad oggi lettera morta.

      Cfr. Scheda n. 7: Le risposte attuali dell’Ente pubblico al disagio relazionale di coppia

3. A livello di privato-sociale, esistono due istituzioni che si occupano gratuitamente del disagio di coppia:

* il Consultorio familiare UCIPEM, di ispirazione cristiana, che opera intensamente dal 1965 con attività di prevenzione e di consulenza; vi fanno capo alcuni professionisti di varie competenze; il Consultòrio non ha a tutt’oggi alcun sostegno economico dall’Ente pubblico, mentre è sostenuto dal volontariato e recentemente da interventi diocesani;

* l’Associazione laica famiglie in difficoltà (ALFID), nata circa 15 anni fa per sostenere con consulenze e servizi le famiglie in difficoltà relazionale, anche nella gestione della delicata fase della separazione; l’Associazione è sostenuta da finanziamenti pubblici.

Ambedue queste realtà hanno un sovraccarico di richieste di aiuto e sono molto apprezzate per la qualità e l’efficacia del servizio offerto.

4. E la comunità cristiana quale aiuto offre attualmente alle coppie in crisi?

È difficile valutare l’apporto delle singole persone e delle aggregazioni ecclesiali, che sicuramente intervengono con efficacia in molte situazioni a livello di accoglienza, di solidarietà, di supporto affettivo, di consiglio; si suppone che il vasto e complesso tessuto relazionale, che forma la dimensione più viva della Chiesa locale e delle singole comunità cristiane, al di là degli aspetti di organizzazione pastorale, sia in molti casi un ottimo impianto di prevenzione e di cura del disagio di coppia.

È ineludibile tuttavia il dovere di porsi la domanda se come Chiesa facciamo abbastanza, e con sufficiente competenza, per accompagnare gli sposi - cristiani e non - nelle fasi difficili della loro storia di coppia.

Un tempo, quando erano meno frequenti le situazioni di crisi conclamata (ma forse non erano meno frequenti le crisi sommerse e il disagio, che pure provocava immani sofferenze consumate nel silenzio di tante famiglie), il sacerdote era quasi l’unico punto di riferimento per una richiesta di aiuto.

L’inchiesta condotta da alcuni membri della Commissione Famiglia in sei zone pastorali della diocesi, metteva in luce che oggi poche persone o coppie in difficoltà relazionale si rivolgono ai sacerdoti per un primo colloquio, per una richiesta diretta di aiuto o per avere indicazione di persone o strutture in grado di dare una risposta. È questo un dato che ci limitiamo a registrare, affidando all’Osservatorio e a quanti con esso proseguiranno l’indagine conoscitiva di approfondire questo tema.

Certamente oggi esistono molte altre persone e "agenzie" in grado di raccogliere la confidenza delle persone in un momento di difficoltà e di offrire aiuto e consiglio; ma se la riduzione della richiesta di aiuto rivolta ai sacerdoti dovesse essere sintomo di una diminuzione di fiducia e di capacità di rapporto personale, questo sarebbe un dato preoccupante. I sacerdoti oggi - notevolmente diminuiti in numero e con età media elevata - sono molto più impegnati di ieri nei compiti legati all’azione pastorale: questo aumento di lavoro potrebbe portare, senza volerlo, a privilegiare gli aspetti organizzativi, che si presentano come necessari e irrinunciabili, a scapito dei tempi dedicati alle relazioni interpersonali.

Se così fosse, non si potrebbe correre il rischio di slittare da una pastorale di comunione a una pastorale di efficienza organizzativa?

    cfr. Scheda n. 8: I sacerdoti di fronte alle crisi di coppia: quale richiesta di aiuto e quale risposta?

Quale aiuto possono dare i gruppi-famiglia a una coppia della comunità che attraversa un momento di difficoltà relazionale? La domanda forse non va riferita solo ai gruppi-famiglia, bensì a tutte le aggregazioni ecclesiali di persone adulte (gruppi di catechesi degli adulti, catechisti, consigli pastorali, ecc.). Questi gruppi sono davvero dei luoghi di formazione alla relazione interpersonale e quindi alla capacità di cogliere nella comunità situazioni di difficoltà relazionale e di offrire aiuto?

        Cfr. Scheda n. 9: Verificare l’incidenza dei gruppi-famiglia nella prevenzione e nella risposta al disagio relazionale di coppia


Proposte per la comunità cristiana

Uno "strumento di lavoro" non può contenere delle proposte già formalizzate per la comunità cristiana: esse dovranno essere formulate più avanti, quando sarà completata l’indagine sulla situazione del disagio e sulla panoramica delle risposte attualmente esistenti. Con i dati che abbiamo per ora a disposizione e le riflessioni maturate nella Commissione in questo anno e mezzo di ricerca, possiamo tentare tuttavia alcune proposte, che andranno meglio verificate. Le esponiamo di seguito come un’ipotesi di lavoro:

* Anzitutto bisogna lavorare per una conversione di mentalità nei confronti della "crisi" di coppia, per arrivare a considerarla non necessariamente un evento fallimentare, ma piuttosto un passaggio naturale e universalmente diffuso del cammino di coppia: un evento che, se bene interpretato e condotto con l’aiuto di persone capaci, può segnare un salto di qualità nella relazione di coppia. Ciò consentirà ai credenti sia di vivere in modo più maturo le crisi che potrebbero coinvolgerli in prima persona senza doverle nascondere o mascherare in vario modo, sia di accostarsi in maniera più equilibrata ed efficace a situazioni di disagio familiare altrui senza cadere in atteggiamenti moralistici, paternalistici o indiscreti.

* Anche sul piano generale della impostazione pastorale va operata una "conversione", che potremmo chiamare una "conversione alla comunione": in un contesto come il nostro, fortemente improntato al pragmatismo e all’efficienza delle iniziative, non bisogna trascurare che la vocazione fondamentale del cristiano è una chiamata ad entrare in comunione con Dio e a riversare questa comunione nelle relazioni fraterne che creano comunità (cfr. Atti 2,42). In una comunità che vive relazioni intense tra tutti i suoi membri anche le difficoltà relazionali di coppia possono meglio venire assorbite o eventualmente trovare risposte di solidarietà, di sostegno e di aiuto.

* Ai gruppi-famiglia è importante suggerire dei percorsi formativi che rendano le persone e le coppie più sensibili al problema della conflittualità coniugale e maturino in esse una maggiore sensibilità e competenza nel conoscere e rispondere a situazioni di crisi di coppia presenti nella comunità; in questo modo il gruppo, oltre ad essere un luogo di formazione permanente degli sposi nella loro vita familiare, diventerebbe anche un luogo di formazione ad un prezioso ministero nei confronti della comunità.

* Rispetto alle molte richieste di persone e di coppie che chiedono ascolto e aiuto in un momento di difficoltà relazionale, la comunità cristiana si dovrà interrogare se esistono persone qualificate e strutture adeguate per dare risposta a queste richieste. La crisi di coppia interpella anche la Chiesa: non si tratta solo di una questione da delegare agli specialisti o soltanto alla comunità civile; gli sposi sono una ricchezza per la comunità e sono necessari al compimento della missione della Chiesa; l’efficacia del sacramento che opera in loro è condizionata anche dalla qualità "umana" della loro relazione sponsale.

Se si riconosce che c’è carenza di persone qualificate e di strutture adeguate, la comunità cristiana dovrà farsi carico di preparare persone e promuovere e sostenere anche economicamente strutture che, partendo da una antropologia cristiana, siano in grado di prevenire e di curare le situazioni di disagio di coppia: potrebbero essere istituiti dei Consultòri di ispirazione cristiana, supportati da persone qualificate e possibilmente con il sostegno dell’Ente pubblico secondo il principio di sussidiarietà, affinché le persone e le coppie che hanno bisogno di aiuto possano trovarlo senza eccessivo aggravio economico e non lontano dalla loro residenza.

* Nei confronti dell’Ente pubblico, lì dove non sono realizzate quelle strutture di supporto alla relazione di coppia che sono state auspicate o formalmente programmate, la Chiesa potrà esercitare una pressione di opinione sia per sollecitare risposte specifiche a quello che è un diritto primario delle famiglie e delle coppie che per contribuire alla elaborazione di politiche sociali più attente alla famiglia, ai suoi bisogni e ai suoi problemi.


Un intelligente investimento di risorse

Buona parte degli interventi di assistenza sociale sostenuti dall’Ente pubblico, come di quelli sostenuti dalla Chiesa o da aggregazioni di credenti nel campo della carità, sono indirizzati a situazioni di "nuove povertà" che sono in evidente connessione con carenza di relazioni familiari positive e costruttive. Basta calcolare quanto viene speso in termini di risorse umane ed economiche per tentare rimedi e tamponare esiti disastrosi della tossicodipendenza, per arginare la devianza giovanile, per trovare soluzioni che riducano nei minori il danno provocato dal fallimento della relazione tra i genitori. Tutti sono concordi nel dire che alla radice di queste "nuove povertà" c’è quasi sempre una situazione di immaturità, di conflitto o di frustrazione nella relazione di coppia: questa genera insicurezza e ansia nei figli perché fa mancare nei loro confronti quel contesto di rapporti di fiducia, di protezione e di accoglienza che sono indispensabili per uno sviluppo armonico della loro personalità.

Se di fronte alle evidenti conseguenze di sofferenza generate dal fallimento coniugale la comunità si muove e sa inventare mille iniziative e investire ingenti risorse pur di tamponarle e almeno parzialmente risanarle, non sarebbe molto più "economica" una intelligente prevenzione che agisse per tempo sul fattore principale che scatena queste situazioni di sofferenza? Perché non puntare di più su una formazione che miri a solide relazioni di coppia e su una azione di risanamento delle relazioni problematiche?

Questo si attuerebbe sia investendo di più su iniziative di formazione dei fidanzati, degli sposi e dei genitori, sia dando risposte alle richieste di aiuto da parte degli sposi in crisi, sia attuando strategie adatte a far emergere il disagio sommerso prima che esploda nel fallimento. Questo è auspicabile che avvenga per i servizi offerti dall’Ente pubblico, ma anche per la progettazione dell’attività pastorale, per la quale l’attenzione ai problemi degli adulti implicherebbe una ridistribuzione delle risorse umane nelle parrocchie e nei decanati, attualmente concentrate in prevalenza nella catechesi e nella socializzazione religiosa dei bambini e dei ragazzi.

La Commissione diocesana Famiglia auspica che i sacerdoti e i laici impegnati nella vita delle comunità cristiane, come i responsabili della vita civile, affrontino il problema con lungimiranza e senso di responsabilità verso le generazioni più giovani, per trovare il coraggio di più efficaci investimenti di risorse umane ed economiche che puntino sulla famiglia come terreno privilegiato nel quale, partendo da una relazione matura e viva tra gli sposi, crescano, si sviluppino e si allarghino tutte le altre significative relazioni di affetto e di concreta solidarietà che stanno alla base della comunione ecclesiale e del vivere civile.

          Cfr. Scheda n. 10: L’impiego delle risorse nella pastorale complessiva

           

 

   
   
             

                    ritorna alla pagina precedente

 

home page   -   sommario   -   download
il sito della diocesi di trento    -   email commissione diocesana famiglia
guestbook    -   email mondofamiglia